La fedeltà al Magistero: aliquae cogitationes.


Questo scritto è un po’ datato ma mi ci ritrovo perfettamente ancora oggi

Mi ritengo un tomista ‘sfegatato’ (del vero s.Tommaso, e in particolare del suo modo di procedere nel fare teologia – meglio: di pregare la teologia) e un papista ferreo. Tuttavia mi rendo conto che quello che vi propongo da leggere potrebbe lasciare poco convinti e apparire tale da non centrare il tema del discorso o da mettere l’accento su qualcosa che non ha a che fare con la “fedeltà al magistero”. O forse i miei pensieri potrebbero apparire già scontati.
Scrivo, però, perché è un po’ come una confessione pubblica coram fratres della fatica che io sto facendo per essere maestro nel Maestro, in sintonia piena con il Vicario del Maestro. Consapevole più degli sbagli che del bene raggiunto.

Dico subito che per me quella del Magistero non è solo questione di contenuto, ma di stile. E non di uno più dell’altro, ma di tutti e due assieme. Anzi, ritengo che c’è vero magistero solo se uno dei due mostra l’altro: solo se lo stile mostra e porta il vero contenuto e solo se il contenuto ha un certo stile mi sento di parlare di Magistero.
Cosa vuol dire essere fedeli al magistero oggi e come esserlo”, questo mi sembra il compito assegnatomi. Per “eseguire l’incarico” ho voluto personalizzare la domanda, in questo modo: io sono fedele al magistero? Come lo sono? Con chi mi devo confrontare per sapere se sono fedele o meno?
Non partirò da argomenti teologici collegati l’un con l’altro, e non citerò neppure tanti documenti, per quanto ne abbia in mente. E mi scuso fin da ora se “il mio dire” sarà contorto a volte, o difficile.
Il mio discorso parte da Gesù considerato come Verità & Maestro, da Lui, che è il contenuto della Rivelazione e il modo della Rivelazione. L’unico argomento teologico sul quale farò ruotare la mia riflessione è questo: il magistero della Chiesa nasce, si sorregge, si sviluppa e ha significato in riferimento a Gesù: nasce da Lui, porta a Lui e cammina in Lui.
… Dunque, scrivevo: Gesù Maestro e Verità.

Gesù è la Verità: la Verità buona da accogliere e nella quale trasformarsi, la Verità bella che attira per la sua armonia, nella quale soltanto anche noi ci armonizziamo e diveniamo belli, la Verità unica, nella quale si ricompone l’unità perduta, la comunione perduta.
Se dimentico che la Verità è una persona che si pone in relazione con me, mi fa entrare in comunione sempre più intima con Lui, e mi fa rimanere in Lui perché mi dona al Padre, infondendomi lo Spirito vivificante… Se dimentico questo, il mio magistero di sacerdote e la mia vita di ogni giorno non hanno senso, sono tremendamente aridi, e non saprò né dissetare né illuminare né riscaldare coloro per i quali mi è stato affidato il magistero di Gesù.

La Verità, poi, è una persona che mi fa entrare in relazione con gli altri. Noi siamo chiamati a diventare tutti insieme veri in Gesù, ed è proprio Lui che pone dentro ciascuno di noi il desiderio di contemplare negli altri la Sua Verità, e quindi a divenire vero con loro, “rimanendo uniti nel Suo amore”.
I dettagli di questa Verità noi li possediamo nella Rivelazione letta e interpretata dal Magistero vivo e autentico della Chiesa. Il contenuto è sicuro, pertanto, ma la nostra conoscenza del mistero, che non

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aggiunge niente a esso, progredisce con il tempo, nonostante i tentativi di distorsione (che sono sempre tentativi di riduzione, di “rattrappimento” – anche quando si vorrebbero lasciare gli uomini più liberi dalle leggi della Chiesa, in realtà si tratta di tentativi, consapevoli o meno, di anchilosare la Persona che è la Nostra Verità, e noi stessi, che siamo veri in-con-per Lui).

Termino l’introduzione per passare al corpus dell’articolo.
Normalmente – almeno così mi pare – quando si parla di Magistero ci si riferisce alla fedeltà al contenuto della fede trasmessaci e all’autorità che deve custodire alimentare e rendere possibile questa fedeltà.
Io, però, prima di fare qualche riflessione sul contenuto della Verità, vorrei contemplare come Gesù insegna questa verità che è Lui stesso. Gesù è Maestro, il Maestro (il magister, da cui magistero). Oltre a questa convinzione biblica (cioè rivelata, e dunque certa) e teologica, un’altra convinzione mi spinge ad attaccare la parete rocciosa del mio argomento da questo versante. Tutti noi abbiamo fatto l’esperienza sui banchi di scuola e su quello della vita che impariamo meglio e con facilità non solo ciò che soddisfa i nostri bisogni più immediati, ma più ancora ciò che ci viene presentato in un certo modo, con un certo stile. Stimiamo quei maestri che non solo sapevano, ma sapevano comunicare, appassionare, incitare. Non posso qui dilungarmi per dimostrare che il modo di presentare la verità è oggetto esso stesso della verità, che la verità ha una sua forma, un suo stile di imporsi, un suo splendore, come direbbe Giovanni Paolo II, e che, dunque, la forma che riveste la verità non è per nulla indifferente, perché è rivelativa della verità, contiene la verità e conduce ad essa perché a essa attira. Il modo di insegnare la verità è uno degli elementi che costituiscono la stessa verità. Non esiste la possibilità di conoscere la realtà (la verità), di pensarla e di comunicarla se non attraverso un certo linguaggio, che non può variare liberamente oltre certi limiti, e che la stessa verità esige per essere verità.
Torniamo in medias res. La verità è Gesù. Questo vuol dire non solo che Lui è la fonte unica e perfetta di ogni realtà e di ogni possibilità di conoscere la realtà, ma vuol dire anzitutto che Egli conosce perfettamente Sé stesso e il Padre e lo Spirito e quindi la vocazione dell’universo, per cui può farla conoscere. Gesù infatti possiede in pienezza la divinità, perché la divinità Lo ha ricolmato in pienezza (Col 1,19; 2,9); in senso più specifico per il nostro discorso, Egli possiede in pienezza lo Spirito di Dio che scruta le profondità di Dio e dell’uomo, e dunque Gesù conosce e possiede perfettamente Sé Stesso e l’uomo in Dio. Egli può scrutare, così, fino in fondo i cuori degli uomini (1 Cor 2, 10-16; Eb 4,12-13) perché conosce e vive perfettamente in Dio. Questa sua caratteristica che lo fa stare in mezzo (in medio) lo pone come mediatore, lo costituisce come Maestro e gli permette di fare da Maestro.

Dunque, come Gesù insegna Sé stesso, il Padre e lo Spirito e come svela l’uomo all’uomo? Stralcio alcuni frammenti di Vangelo.

Gesù conosce l’intimo dei cuori, e questa conoscenza, che è amorosa (anche se a volte gli è motivo di estrema sofferenza), lo spinge a comportarsi con ogni persona in un modo unico, senza mai trarne occasione di ricattare o sfruttare l’altro o dominarlo (invito me stesso e voi a chiederci come usiamo le nostre conoscenze del cuore degli altri, quando conosciamo il cuore degli altri, e come ci poniamo

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davanti a chi conosce in qualche modo il nostro cuore: temo, almeno per me, da una parte di essere spesso tentato di strumentalizzare l’altro, e dall’altra di aver paura che l’altro possa sapere di me certe cose).
Qual è la reazione della gente di fronte a questa sua conoscenza? Duplice. Ed è stranissima, a prima vista. Proprio chi dovrebbe avere paura di essere conosciuto nel cuore si sente attratto da Gesù e abbraccia il Suo magistero: si dà che i peccatori, i pubblicani e le prostitute che Lo incontrano gli credono, si convertono e lo seguono; non così la buona parte dei maestri di Israele, di coloro che per compito e missione dovrebbero conoscere e insegnare Dio.

Egli rivela cose nuove e cose antiche. Ciò che si sapeva fino alla Sua venuta era molto, (e più che sufficiente perché un pio israelita, un giusto, si salvasse) ma non era tutto, e si poteva ben fraintendere la Parola di Dio (basti pensare che al tempo di Gesù c’erano almeno tre grandi correnti di pensiero secondo le quali si attendeva la venuta del Messia).

Gesù rompe i limiti di quello che si sa già, e chi accetta questa rottura si accorge che quello che Egli aggiunge dà il vero senso a tutto ciò che si sapeva fino a quel momento, il vero significato di quello che si potrebbe chiamare il magistero che c’era stato fino ad allora (mutatis mutandis, questo è anche ciò che avviene nel cammino attuale del Magistero vivo e autentico della Chiesa. Fino a che siamo in cammino, e procediamo entro alcuni binari ben fermi, non c’è ancora nulla di posseduto con piena e assoluta chiarezza di argomenti e motivazioni. Ciò che sappiamo e che viene insegnato dal Magistero è certo e sicuro, ma può essere conosciuto sempre meglio e chiarito sempre di più).

Non dice tutto subito: sa che ci vogliono dei tempi di maturazione perché la gente possa capire e sa attendere il tempo per una ulteriore rivelazione (“ho ancora molte cose da dirvi, ma non ne potete portare il peso…”). Eppure dice anche ciò che a volte è duro e non verrà accettato se non da pochi, perché sa che quello è il momento scelto dal Padre in cui deve annunciare quella determinata parte della verità (cfr il discorso eucaristico in Gv 6): proprio in Lui la parola del Qohelet è perfetta: “c’è un tempo per parlare e un tempo per non dire”.

Non dice tutto di sua iniziativa, così semplicemente, ma a volte aspetta di essere interrogato, tanto che verrebbe da dire che, se qualcuno dietro ispirazione non gli avesse domandato qualcosa, saremmo rimasti privi del suo insegnamento su quell’argomento (per es.: la dottrina sul matrimonio, così come esposta da Gesù nei vangeli, è scaturita da una domanda).

Non fa sconti sulla verità che insegna, soprattutto sulle esigenze morali di questa verità. Magari il contenuto lo svela poco a poco, ma l’esigenza è radicale, sia che riveli poco, sia che riveli molto. E chiede di fronte al suo insegnamento e di fronte alla propria bontà e mitezza una fede totale. Gli si deve credere anche se ancora conosciamo poco, o quasi nulla, o abbiamo nella mente una grande confusione, dove l’unica certezza chiara che rimane è l’affetto che abbiamo per Lui, mite buono e umile (che cosa legava ancora i discepoli – e le donne! – a Gesù nei giorni della sua sepoltura? Non certo la

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chiarezza delle loro idee e sentimenti, o la esatta percezione del Suo magistero, bensì l’affetto profondo, primo frutto della fede).
Ma è un magistero duro? No, anzi. Non mette pesi inutili, toglie i pesi falsi e pone sopra le persone il suo giogo che è leggero. Lui non pecca, e lo sa, eppure, sebbene avrebbe potuto farlo, non si pone mai di fronte agli altri con la pretesa o con l’atteggiamento di chi è bravo (almeno così mi sembra). Questo lo ricavo almeno dal fatto che non si arrabbia mai con i capi del popolo, con gli scribi e i farisei perché offendono Lui, bensì perché offendono il Padre e la loro stessa dignità di uomini.

Per comprendere l’ira in alcuni suoi atti di magistero, ritengo fondamentale ricordare che Lui scruta i cuori (cfr il cuore in senso biblico), e perciò sa i motivi profondi del loro rifiuto, conosce la radice del loro peccato. Essi non peccano solo davanti a Lui perché non riescono a conoscerLo come il Figlio, ma peccano davanti a Jahvé, che possono conoscere abbastanza bene. Quando Gesù si adira con loro e il suo insegnamento passa attraverso questa ira, è perché il loro cuore è lontano proprio dal Dio della loro Rivelazione, da quel Dio che potevano e dovevano amare, andando oltre alla tradizione di precetti di uomini, che volevano mantenere a ogni costo e che seguivano per dare gloria a sé stessi. L’ira del Signore è giusta e giustificata dunque perché Egli scruta i loro cuori: questo è il suo significato profondo.

Condanna senza riserve il peccato, e smaschera i cuori attaccati al peccato, che generano il peccato (cfr Mc 7, 18ss. ), ma solleva i peccatori, e ancor prima li attrae alla conversione (Zaccheo, la peccatrice innominata che gli bagna i piedi, il Buon Ladrone, il centurione che si professa indegno di riceverlo in casa sua…).

Ma Gesù non solo insegna la verità che deve convertire, perché questo non è sufficiente: l’uomo è debole, ricadrà; e così, aiuta a camminare, accompagna la persona che incontra, le dà tutto il tempo di cui ha bisogno per accogliere la verità e convertirsi pienamente (guardiamo la storia di S. Pietro: anche S. Paolo dovette rimproverarlo perché teneva un atteggiamento sbagliato ad Antiochia). E mentre accompagna e porta pazienza, non rinnega i doni che ha già fatto (2Tm 2, 11-13; Rm 11, 29), e nemmeno la vocazione per cui ha creato quella persona.

Nel suo magistero, abbiamo detto, mira al cuore e non tanto a un comportamento esteriore, senza risolvere così il problema (questa nota la butto lì così: a volte potrebbe accadere che mi preoccupo che la gente si comporti bene ma non penso e non mi sforzo di capire come posso aiutarla a cambiarle il cuore – che è la sorgente dei suoi comportamenti. Per esempio, potrei incontrare una signora che è divorziata e risposata, o convivente, e le dico: “Signora, non posso assolverla perché lei è una divorziata risposata, a meno che lei…” Certo: ma poi, mi sforzo di realizzare fino in fondo le direttive così pratiche di Familiaris Consortio per recuperarla piano piano alla pienezza di grazia? Anche quelle direttive fanno parte del Magistero di Gesù e lo portano a compimento). Mi metto al fianco di questa donna, di quell’uomo per aiutarli a entare in quel perorso che potrà farli giungere ai Sacramenti?.

Non solo Lui punta al cuore, ma invita anche le singole persone a guardare al proprio cuore, perché esse sono chiamate a partecipare alla sublime conoscenza interiore che Lui ha dei loro cuori (1Gv 3,19- 21).

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Gesù è tremendamente realista: sa che cosa abita nell’uomo e quali sono le sue forze deboli, e quali gli inghippi e gli inganni del diavolo. Ma sa anche la forza della preghiera e della penitenza, e le insegna e le vive come la chiave di volta per la conversione, il cambiamento radicale nel cuore e la perseveranza nel suo amore. Così, non solo insegna a riconoscere le tentazioni, i marchingegni del diavolo e la nostra debolezza, ma anche i mezzi per riuscire nella lotta.

Un altro aspetto che mi colpisce del Suo essere Maestro è questo: anche se Gesù sa i segreti dei cuori, nondimeno ascolta fino in fondo le persone, lasciandole parlare, al punto che potremmo dire che chi Gli sta dinanzi Lo accoglie perché si sente compreso. Sono convinto che proprio questa particolarità del Suo Magistero ci permette di capire come mai viene seguito, nonostante la fatica di capirlo (“Signore, anche se io non ti comprendo Tu mi comprendi, e io ti seguo”). A queste persone, poi, che si scoprono ascoltate e comprese (e a volte rimproverate, cfr Vade retro me Satanàs), Egli offre tutto Sé stesso, lasciandole libere di accettarLo! (cfr Volete andarvene anche voi?”); e le sa accompagnare… e le pensa sempre (non dimentichiamo che il Suo pensiero di uomo è preghiera perché è sempre colloquio con il Padre, contemplazione del Padre).

Dunque, tre punti a mo’ di riassunto.
1 – Il suo magistero svela al tempo stesso intransigenza e chiarezza, attesa e sopportazione, accompagnamento (oggi si direbbe accondiscendenza e direzione spirituale). Egli sostiene i pesi dell’uomo, e lo accompagna per toglierli a poco a poco (a poco a poco: ci sono dei pesi che noi non vorremmo scrollarci di dosso perché non li consideriamo come tali ma come una ricchezza, o ci sono pesi che nemmeno vogliamo guardare per paura, e tentiamo di nasconderli nel profondo del cuore: ci vuole molta delicatezza per toglierli).

2 – Il contenuto del suo insegnamento ha diversi livelli, che convergono in un unico punto: eccoli. Al centro Lui stesso, vivente nel Padre con lo Spirito; quindi, l’amore di Dio per l’uomo; poi, ciò che risiede nel cuore dell’uomo; infine gli inganni con i quali il diavolo vuole rovinare il rapporto fra Dio e gli uomini.

3 – Gli uomini che Lo incontrano si dividono in due categorie. Credono a Gesù e in Gesù, che è Verità- Via-Vita e Maestro, perché è buono, perché ha uno stile di vita che rivela l’amore di Dio e dà, così, la prova che il suo insegnamento è vero. Oppure lo rifiutano, perché li costringe a cambiare radicalmente la loro concezione su Dio, su séstessi, sulla loro sicurezza e sulle loro discriminazioni, fino a dover perdere il loro potere.

Qual è l’atteggiamento di Gesù davanti a questa fatica del credere o a questo rifiuto? Alla sua prima venuta, caratterizzata dal Suo Magistero (affidato alla Chiesa) non è giunto per condannare ma per salvare: “Alla vista di tutta quella folla, si commosse perché erano come pecore senza pastore”; “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”. Dobbiamo tenerlo presente, anche se non dobbiamo dimenticare e far dimenticare che c’è il rischio di perdersi, di trascurare l’olio delle lampade o di nascondere il talento, o di credere che basti averLo sentito parlare per entrare nel Suo palazzo alla festa di nozze. A noi maestri e ai nostri allievi qui in terra, potrebbe dire dunque: “via da me operatori

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di iniquità, non vi conosco”. Ma anche: “non avete aiutato la gente neppure con un dito a sollevare i suoi pesanti fardelli”.

Fin qui ho raccolto alcuni atteggiamenti di Gesù Maestro di Verità: certo, sono, atteggiamenti che colpiscono me, e non ho potuto riportarli tutti. Anche se colpiscono me, però, li ritengo obbiettivi, perché emergono con evidenza dal Vangelo. Indubbiamente io potrei essere particolarmente interessato a mettere in luce solo questi: in ogni caso la loro oggettività mi consente di passare ad un secondo punto della riflessione.
Io, come sacerdote, sono stato costituito Maestro in Lui e di Lui, nella Chiesa, per cui questo stile fondamentale del suo magistero mi pone davanti a due elementi che credo indiscutibili.
Io non ho il dono della conoscenza piena e perfetta dei cuori, come Lui (1) e non conosco pienamente in ogni minimo dettaglio la Verità rivelata: la possiedo tutta sì, ma non la comprendo tutta, perché essa mi supera (2).
Ne voglio trarre due conclusioni pratiche.

Come faccio a insegnare se non conosco i segreti dei cuori? Con umiltà, sapendo anzitutto che la Verità che insegno mi chiama a farmi sempre l’esame di coscienza. Con la consapevolezza che Dio concede di entrare nel proprio cuore e nel cuore degli uomini a chi è mite e umile, buono, benevolo: a chi si sforza, attraverso la preghiera, la penitenza e il confronto con gli altri, di rettificare continuamente i propri atteggiamenti e le proprie idee. È fin troppo chiaro a tutti che noi tendiamo a fissare le nostre idee e a fissarci in esse: certo, chi più chi meno, ma un po’ lo facciamo tutti. Dunque, non posso pretendere di insegnare e di essere ascoltato, se non vado incontro alle persone pregando e facendo penitenza per capire quali sono i veri inghippi che impediscono loro di comprendere l’amore che il Signore ha per esse.
In questo senso, la via migliore per scoprire ciò che sta nel mio cuore e in quello degli altri è assumere in proprio tutto lo stile magisteriale che pratica Gesù, in tutti i suoi risvolti.
Dunque una prima umiltà necessaria, quella nei confronti della conoscenza dei cuori. Non possiamo pretendere di portare il magistero senza sapere che non possediamo il cuore degli altri e che solo Dio lo conosce. Sappiamo però che ciò che portiamo, se lo facciamo nello stile di Gesù, tocca il cuore.

Un secondo campo di lavoro per la nostra umiltà è il seguente. Gesù conosce tutta la verità in senso quantitativo e qualitativo, noi no. Dobbiamo sentire in umiltà, camminare in umiltà dunque, perché siamo maestri da ammaestrare a nostra volta, siamo maestri discepoli.
Soprattutto ci sfuggono le ragioni più profonde e più vere per cui una verità della nostra fede è tale. È necessario per tutti noi un continuo aggiornamento sulla verità, su come essa viene continuamente approfondita dal Magistero della Chiesa, attraverso i suoi pronunciamenti, la vita dei Santi e la riflessione dei teologi fedeli alla Chiesa. Non si evolve il contenuto della Rivelazione, ma la conoscibilità di essa certamente sì, e guai se no! Pertanto, nel momento in cui mi dispongo a insegnare (tutti gli atti propri del sacerdote, come lo sono l’amministrazione dei sette sacramenti e la predicazione, tutti sono atti che contengono e esercitano il magistero di Cristo. Basti pensare che agli inizi della Chiesa le celebrazioni liturgiche erano l’occasione per le grandi catechesi e per la spiegazione e

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l’approfondimento della fede)… nel momento in cui mi dispongo a insegnare, devo sapere che ho necessità di ritornare continuamente su quell’argomento, perché ancora non lo possiedo appieno. E questa umiltà di approfondire, aggiornare, correggere sempre le mie imprecisioni non è dovuta solo al rispetto del fedele che mi incontra e al rispetto della mia dignità di magister: è anzitutto un mandato di Cristo, perché io insegno Lui e a nome Suo; va da sé, che proprio perché ancora non Lo conosco fino in fondo devo scoprirlo sempre più.

Mi azzardo a dire che se non c’è questa duplice forma di umiltà in me, se non c’è questa tensione in me di essere alla ricerca del mio cuore e del cuore degli altri, e se non sono convinto che non conosco tutto e che devo sapere sempre meglio quello che il Mio Signore mi ha donato, non posso parlare di vero atto magisteriale, quando svolgo il ministero di sacerdote. E non sono nemmeno, in quanto sacerdote, vero sacramento-segno di Cristo maestro di verità.

Approfondire la Verità in continuazione vuol dire, poi, né più né meno che approfondire il mio rapporto vitale con Gesù; le persone si accorgono subito se ciò che dico lo dico perché rivesto un ruolo o perché vivo nel Maestro e amo loro come il Maestro li ama.

Inoltre, e di conseguenza, approfondire la mia conoscenza di Cristo-Verità-che salva, vuol dire rendersi conto della complessità degli elementi che intercorrono a formare questa unione con Cristo o che la impediscono. Tutti ci siamo accorti, chissà quante volte, che il problema del rifiuto di una particolare verità della fede non consiste tanto nel fatto che si non si capisca quella verità, ma che c’è qualche cosa che blocca il nostro cuore, uno scandalo subito, l’attaccamento a un interesse che non è facile scoprire e tanto meno medicare. Di più, non per tutti il blocco e la difficoltà sono identici. Dunque, come dicevo… avere esperienza del cuore degli uomini!
Per insegnare non basta conoscere una materia in modo astratto, bisogna viverla, e così sapremo le difficoltà che comporta praticarla e insegnarla. Se non conosciamo per esperienza le difficoltà delle persone, non possiamo pretendere che possano capirci, e nemmeno riusciremo a trovare la via giusta per comunicare Gesù.
Questo non vuol dire che dobbiamo abbassare la mira o ridurre la mèta, perché abbiamo difficoltà. No, far questo significherebbe credere che la difficoltà valga più di Gesù e che Gesù non possa liberare da quella perché impotente di fronte a essa. No, anzi: proprio perché conosciamo la fragilità possiamo raggiungere la Verità con i mezzi adeguati, camminando lungo il sentiero giusto. In fin dei conti la verità è un cammino, una conquista progressiva, o, per dirla con Gesù stesso, la verità è una via, la Via, è la Vita. Si tratta perciò proprio come di camminare da un luogo a un altro con le persone che ci ascoltano, praticando con loro questa Verità, diventandone per primi noi degli umili esperti.
Maestri in umiltà, quindi: portiamo un tesoro in vasi di creta.

Vorrei anche dire che bisogna sentire il peso del Magistero, il che non significa che dobbiamo sbuffare dicendo «purtroppo il Signore ci ha accollato questo giogo e dobbiamo portarcelo “in coppa”», ma significa che dobbiamo aiutare gli altri a sostenere la fatica del loro cammino, senza che si scoraggino per la forza del peccato, che a volte sembra essere più potente della grazia; aiutarli a non soccombere sotto il peso della tentazione, che rende difficile la fedeltà alla Verità e la trasformazione nella Verità.

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Sono profondamente convinto che noi, “portatori” del Magistero di Cristo dobbiamo penetrare sempre più nel Suo mistero per rimanerne sempre più coinvolti, avvinti, sedotti. Proprio perché la Verità è sempre più profonda, più ampia, più ricca di quel che pensavamo, più bella e più coinvolgente essa mi attrae, mi convince, mi avvince, ed è possibile, in fine, viverla.

Noi dobbiamo provocare questo stesso coinvolgimento in chi ci ascolta e viene da noi. Questa ricchezza profonda di Gesù chiama tutti a gustare i Suoi tesori, e noi nell’esercizio del Magistero dobbiamo dare anzitutto sempre di più le vere ragioni della Verità, quindi, dobbiamo condurre le persone ad attaccarsi a Gesù non per i benefici materiali o spirituali, bensì perché questo legame con Lui è la compiacenza del Padre. Infine, dobbiamo renderle forti decise e invincibili davanti al male, anche a costo della loro vita (e della nostra).

Vengo al terzo punto della mia riflessione e faccio riferimento ancora ai frammenti di Vangelo precedenti.

Sulla base della certezza che lo stile con cui Gesù insegna agli uomini e li salva è una parte del Magistero che Egli ci consegna, e non soltanto una patina esteriore o un mezzo con il quale offre la Verità, … sulla base della certezza che lo stile di Gesù è esso stesso Verità che dobbiamo apprendere e insegnare, aggiungo alcune riflessioni-domande.

1. Anzitutto, purificando sempre di più le mie attuali convinzioni devo sforzarmi di assorbire lo stile Suo, lasciando perdere il mio: questo assorbimento in altri termini consiste nella crescita nello Spirito, nella conformazione al Cuore di Cristo.

2. Dunque, mi devo impegnare ad approfondire sempre di più Gesù Verità-Maestro, sfruttando fino in fondo le mie qualità, a seconda delle mie capacità, con l’aiuto dei confratelli che mi stanno accanto. Dobbiamo comunicare tra noi di queste cose: provocare delle …sane crisi. Convinti che non solo non sappiamo tutto, ma che per le necessità dei fedeli ancora sappiamo poco bene quello che sappiamo.

3. Quale atteggiamento ho verso il cuore degli altri? Forse sono tentato di far da padrone, o di rimanere alla superficie, senza dare le ragioni più profonde della legge del Signore (tutti sappiamo molto bene che non possiamo dire – oggi soprattutto – «questo non si può fare perché è contro la Legge di Dio»; devo dire il motivo più profondo perché quel comportamento è contro la Legge di Dio e, ancor prima, che cosa significa Legge di Dio).

4. Bisogna che mi abitui sempre più ad ascoltare le vicende contorte delle persone, anche i loro ragionamenti contorti, con i quali spesso cercano di giustificarsi. Solo così posso capire e sentire il peso del loro male, del loro peccato, e con la mia preghiera aiutarli veramente.

5. Non posso rimanere fermo nella scienza già acquisita: mi devo rendere conto che anche per me esistono cose nuove e cose antiche. E dunque… predico sempre le stesse cose? O nel mio ministero esiste solo l’attenzione ad alcuni tipi di peccati? È nello stile di Gesù, senza mai dimenticare il male, proporre e approfondire in positivo le verità della fede.

6. Forse a volte commetto l’errore di voler dire tutto e subito, o di pretendere che la persona debba capire e riuscire in tutto subito, rischiando così di mettere sulle sue spalle e sul suo cuore pesi troppo gravosi. Perché non accettare la fatica di educare gradualmente e progressivamente?

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7. A volte, ho paura di dire ciò che è duro ma in quel momento va assolutamente proclamato? Certo, appena lo ho proclamato i fedeli si devono rendersi conto che sono pronto a camminare con loro perché riescano.

8. Mi pare importante stare attento di tanto in tanto alle reazioni, che normalmente le persone hanno davanti a me quando parlo loro di Gesù e dei comandamenti. Mi lascio interrogare dalle reazioni delle persone?

9. So provocare le domande della gente per approfondire con loro la verità, a partire da quel poco che è possibile, per arrivare nel corso degli anni alla vetta?
In sintonia con questa preoccupazione ci vedo anche quest’altra: devo preparare la strada ai confratelli che mi sostituiranno, perché loro possano continuare in questo cammino di gradualità e progressione con i fedeli. Lavoro in questo senso, o viaggio come un esploratore solitario?

10. Li abituo, i fedeli, a essere esigenti con sé stessi su quello che di buono già possono fare, e, ancor prima, sono esigente con me stesso, per raggiungere poco alla volta una fede totale? Educare me e loro al fatto che non si potrà sempre capire tutto, e che il Magistero non può togliere tutti i dubbi. Certo, si devono colmare le lacune, ma dobbiamo accettare di avere limiti insuperabili.

11. Un altro punto di riflessione per vedere se sono fedele al Magistero di Gesù credo che debba essere questo: come tolgo-metto i pesi sulle spalle degli altri? Li aiuto a portare questi pesi (la Legge di Cristo all’inizio, soprattutto per chi si deve convertire da una condotta disastrata, sembra un peso, quasi contro natura)? Mi sforzo di capire che è realmente difficile nel mondo di oggi essere sempre fedeli a Cristo? E dunque, con il “mio” magistero devo aiutarli a camminare sempre più con la speranza verso la pienezza, mostrando loro le cose belle del Signore e della loro vita.

Non dovrebbe mai accadere che io porti il Magistero come uno che «siccome non ha i loro problemi sta già a posto». Nemmeno dovrebbe accadere che mi vedano come uno che dice sì la Verità di Gesù, ma non li capisce nel loro profondo. Gesù convertiva anche perché – oltre a essere il Figlio di Dio! – le persone vedevano in Lui un cuore nel quale potersi rispecchiare. In me vedono questo cuore?

12. Può darsi che con il fedele mi arrabbi. Sì, ma perché mi arrabbio? Solo perché non capisce, o non ubbidisce?… E la fatica di cambiare il mio cuore prima del loro, dove la metto?

13. Bisogna anche che mi metta l’animo in pace, perché non riuscirò a convincere tutti, ma al tempo stesso dovrò rendermi conto se attiro i peccatori o no.
Smascherando i loro peccati non devo fermarmi al male, devo spingerli ad altiora, alle meraviglie di Dio: li devo attirare a Gesù mite e umile di cuore attraverso di me, nel quale devono vedere quel Gesù mite e umile.

14. Gesù educava a essere responsabili. Bisogna che anch’io conduca le persone a prendere in mano la trasformazione del loro cuore; non posso correre il rischio di lasciarli eterni bambini, in attesa- dipendenza eterna delle parole del loro confessore, del loro prete.

15. Mi ricordo che devo essere tremendamente realista nell’esercizio del Magistero? Devo porre mète elevatissime, ma procedere con passi piccoli, cercando di fare quel che si può.

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16. Un punto fondamentale, che avrei dovuto mettere come primo nella lista, ma che sta bene come ultimo, quasi come al fondamento di tutto il mio discorso, è questo: come insegno a pregare? La preghiera, assieme alla carità, è la maniera giusta, unica, per approfondire in noi la conoscenza e l’amore di Dio e scoprirLo presente negli angoli più nascosti della nostra vita di ogni giorno. Anzitutto questo. Stiamo attenti che i nostri fedeli non intendano che la preghiera sia soprattutto chiedere per ottenere. Credo, infatti, che un concetto un po’ magico della preghiera sia sempre in agguato, anche per noi stessi. D’altra parte è pur vero che attraverso il modo con cui i nostri fedeli pregano, noi possiamo capire quale idea hanno di Dio, in che Dio veramente credono.

Mi fermo qui. Queste sono alcune applicazioni pratiche dei rilievi raccolti sullo stile di Gesù, rilievi che ci permettono di poter comprendere fino a dove arrivi la fedeltà al Magistero, ricordandoci che essa è fedeltà a una Persona, non a verità astratte.

Quarto e ultimo punto: le righe che seguono vogliono essere uno spunto sul contenuto del Magistero e sulle implicazioni che comporta essere fedeli al magistero vivo e autentico.
Immagino di trovarmi in due circostanze così comuni nell’esercizio del Magistero per noi sacerdoti: il ministero della predicazione e della Riconciliazione Sacramentale-Direzione Spirituale. I nostri laici impegnati nella catechesi e nella testimonianza della fede potranno prendere queste note pensando a tutte quelle circostanze in cui fanno catechesi e parlano a tu per tu con una persona, accogliendo, magari, anche le loro confidenze.

La Dei Verbum parla del Magistero indicandolo con le caratteristiche di vivo e autentico. Ho già ripetuto alla noia che le verità della fede che insegniamo sia dall’altare che dal confessionale sono sempre quelle, solo che dobbiamo averne una coscienza sempre più rinnovata, più fine, più sopraffina: appunto secondo il magistero vivo e autentico. Se i Papi si susseguono anche noi dobbiamo stare al loro passo. Cerco di spiegarmi, e dico che forse oggi possiamo presentare alcune verità della fede con più precisione di un tempo, grazie al magistero dei Pontefici, che si impegnano sempre per una migliore conoscenza e presentazione della verità. Anzi, a volte il magistero porta alla luce intuizioni che i Santi Padri o i Dottori della Chiesa avevano già avuto, ma che erano state dimenticate dal tempo.

Per esaminare la nostra fedeltà al contenuto del Magistero è molto utile anzitutto una meditazione sulla Tertio Millennio Adveniente. Lì il Papa pone la base per la Nuova Evangelizzazione, e indica i punti sui quali bisogna maggiormente insistere per annunciare Cristo oggi. Prima di tutto invita a un esame di coscienza. Io mi permetto un’espressione forte: non credo che possiamo andare a fare da maestri se non ci siamo prima esaminati a fondo su quei punti indicati dal Papa nei nn. 32-37.
Ne prendo uno per tutti: la preoccupazione ecumenica. Dopo tutti gli interventi che Giovanni Paolo II ha fatto sul tema dell’Ecumenismo, da quando è vicario di Cristo, non possiamo più pensare nei confronti delle Chiese separate semplicemente così: «noi abbiamo la verità e basta. Dovete convertirvi voi». Sì, noi abbiamo la verità, tutta, ma non la conosciamo ancora così perfettamente e le stesse deviazioni ci obbligano ad approfondirla ulteriormente, se non altro per difenderla. Inoltre – ed è il Papa a dirlo -, è importante capire quali siano stati i nostri errori (per quanto dipendenti dalla cultura dei secoli passati) nel proporre la verità. Dobbiamo studiare le ragioni storiche del distacco, capirle: Giovanni Paolo II è

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convinto che in questo modo la Verità risplenderà ancora di più, senza lasciarne neppure una virgola, o concedere qualcosa agli errori presenti nelle Chiese separate. Inoltre, dobbiamo lavorare su ciò che già ci unisce.

La Tertio Millennio ci permette poi di spaziare nel ricco campo della fede. Io prendo ad esempio solo alcuni fiori di questo giardino. Ritengo che non si possa negare che Giovanni Paolo II, sulla scia di Pio XII e di Paolo VI, sia intervenuto su diversi argomenti ampliando la conoscenza che se ne aveva fino a quel momento.

Prendiamo come esempio le sue catechesi sull’amore umano, e tutti i pronunciamenti dei Dicasteri della Santa Sede su questo tema e su quello della famiglia. È certo che oggi non si può presentare e testimoniare il Matrimonio come si poteva farlo 50 anni fa. Basti solo pensare che lo stesso Nuovo Codice non usa più il linguaggio dei due fini del matrimonio.
Pertanto, sono convinto che non si possa parlare ai giovani e agli adulti, ai seminaristi in formazione e ai fidanzati del matrimonio senza sapere almeno le idee centrali, e “innovative”, che Giovanni Paolo II ha apportato sulla realtà della persona umana, della sessualità e dell’amore umano. Nei modi più semplici e efficaci possibili, ognuno di noi deve sapere quali sono i punti dove questi argomenti sono stati approfonditi, perché questi approfondimenti costituiscono la verità che farà liberi i fedeli del 2000. Dobbiamo almeno aver meditato i due grandi documenti del Papa sulla famiglia (Familiaris Consortio e Lettera alle famiglie), la sua lettera sulla dignità della donna, e gli interventi dei dicasteri romani su un tema così importante e delicato come quello della sessualità. Il massimo, poi, sarebbe di contemplare quel che Giovanni Paolo II ha esposto nelle sue Catechesi sull’Amore Umano (Uomo e donna lo creò, Città Nuova), perché lì …c’è tutto.
Mi sono soffermato su questo argomento dell’amore umano perché, da un rapido giro d’informazione, chiunque di noi può accorgersi che la gente crede che la Chiesa abbia una concezione negativa della sessualità, o addirittura pensa che per la Chiesa il fine della sessualità sia solo quello di mettere al mondo figli. D’altra parte troppo poco ancora, in certe zone per niente, si insegna che il matrimonio sacramento è una vocazione che Dio dona.
Pensiamo soltanto ai futuri sacerdoti e religiosi del 2000: immaginate quale guaio se almeno loro non vengono educati a quello che veramente la Chiesa insegna su queste realtà, fondamentali per la vita e la salvezza dell’uomo.
Indubbiamente noi abbiamo contro una Lobby di potere, un sistema massonico, che cerca di impedire che noi possiamo insegnare la verità, e siamo duri di cervice a causa delle conseguenze del Peccato Originale: io però credo che certa ignoranza dipenda anche dal fatto che noi trattiamo certi argomenti a volte con banalità e senza sapere quello che il Magistero veramente dice.

Un altro punto, che ci permette di constatare la preoccupazione pastorale del Magistero, sono la cura e le direttive per condurre i divorziati-risposati (e chi vive in situazioni simili) alla pienezza della vita di fede. Il semplice diniego dei sacramenti non è sic et simpliciter la soluzione a questo problema, che invece si risolve camminando a loro fianco con la pazienza del Signore, per condurli alla piena verità, senza mai fargliela perdere di vista e ingannarli.

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È necessario che su un tema così importante le nostre comunità si attrezzino, per offrire la cura pastorale come indicata dal Sommo Pontefice, in Familiaris Consortio, ribadita poco più di un anno fa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, ed esposta anche nel Direttorio per la Famiglia della CEI. Dobbiamo offrirci per accompagnare queste persone, e per offrirci dobbiamo preparaci seriamente e trovare laici esperti che collaborino con noi (il “peso” del magistero non lo possiamo portare da soli: è affidato anche ai laici).

Da tutti gli interventi del Santo Padre sulla vita consacrata, e dal documento post-sinodale del 1996, appare chiaramente che non si possono insegnare i voti di castità povertà e obbedienza come un semplice strumento di santificazione. Sono molto di più che uno strumento di salvezza: sono una manifestazione della somiglianza con Dio che il consacrato vive, appunto una anticipazione escatologica della vita eterna: con una battuta potremmo dire che di là, mutatis mutandis, saremo tutti casti poveri e obbedienti. Bisognerà – dopo aver meditato su tali documenti – stare attenti che i nostri giovani non credano che con quei voti rinunciano a dei beni per riuscire a diventare santi. L’aspetto della rinuncia c’è sì, ma non nel senso di rinuncia al bene, bensì nel senso di realizzazione superiore del bene della sessualità, della libertà e delle ricchezze materiali. In tutto l’insegnamento di Giovanni Paolo II emerge chiaramente, ad esempio, che il vero senso della sessualità, la sua piena eterna realizzazione, e dunque la realizzazione dell’amore, è quella che Gesù incarnato-risorto ci mostra. D’altronde constatiamo come una spiritualità dei voti semplicemente come strumento, che è presente ancora tra noi oggi, rischia di non far maturare il consacrato e di dare una immagine distorta al mondo della vita consacrata.

È del tutto importante oggi uno studio approfondito dei pronunciamenti che la Santa Sede ha emanato per affermare che la questione del sacerdozio alle donne è chiusa. Dobbiamo assumere e approfondire le ragioni con le quali si presenta questa verità della fede. La riflessione che il Papa nell’ultima lettera apostolica del 22 maggio 1994 (seguita dal responsum della CDF del 28 ottobre 1995) ci offre, ci invita a capire il sacerdozio ministeriale di Cristo oltre che sulla linea della mediazione e del sacrificio anche su quella dell’alleanza sponsale: Il Figlio si è incarnato in una natura umana come maschio perché Egli sposa l’umanità per salvarla: il Sacerdozio ordinato incarna il Cristo sposo.

Chi sono i laici? Non possiamo andare a predicare ai fedeli senza aver almeno fatto nostri i capisaldi della Christifideles Laici, di cui il primo è che i laici sono coloro che Dio chiama a santificare il mondo vivendo nel mondo, agendo come il lievito dal di dentro e usando e dei beni creati, dando loro il significato per cui Dio li ha voluti. Non si nasce laici per caso, o per esclusione, perchè non si è stati chiamati a essere sacerdoti o religiosi. Questa verità della fede sui laici, come tutte le altre, devono passare sempre più nelle nostre catechesi.

Come già dicevo, uno degli atti del magistero più determinanti e fondamentali per il sacerdote -e per il fedele- è il sacramento della riconciliazione. Come misurare la nostra fedeltà alla Chiesa nella celebrazione di questo sacramento? Certo, approfondendo sempre più la riflessione teologica,

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aggiornandoci in continuazione sulle problematiche nuove e sull’insegnamento morale della Chiesa, per non cadere nell’errore noi stessi e non indurvi il penitente.
Voglio, però, aggiungere questa nota. Credo che fedeltà al Magistero della Chiesa voglia anche dire mettere in pratica il rituale, per quanto possibile. Il modo di confessarsi e di prepararsi alla confessione e di trarre frutto da essa è così bene delineato nel Nuovo Ordo Poenitentiae, che permette di educare noi stessi al vero significato della Penitenza e della incorporazione al Cristo Penitente, Crocifisso e Risorto, nostro Redentore, Capo del corpo mistico e Principio di tutta la creazione.

Anzitutto noi, sacerdoti e religiosi dobbiamo confessarci secondo le linee che lì sono presentate. Esame di coscienza alla luce della Parola di Dio; accusa delle mancanze, delle debolezze e delle difficoltà alla luce della stessa Parola di Dio; significato ecclesiale del nostro esame di coscienza e dell’accusa delle nostre mancanze; assoluzione dei peccati che rende puro e perfetto il mio pentimento (contrizione perfetta) e porta giovamento a tutta la Chiesa; ringraziamento alla luce dell’assoluzione e della Parola di Dio precedentemente meditata; apertura, così, a una proficua e libera direzione spirituale e discernimento spirituale.

Questa pratica del rituale mi sembra il primo scalino della nostra fedeltà al Magistero della Chiesa per quanto riguardo questo stupendo sacramento di misericordia e ri-creazione.
E poi, con chi ci è possibile, almeno con coloro che ci hanno scelto come confessori abituali e come padri spirituali, travasare questo stile di confessione: educhiamo a questo poco alla volta i nostri fedeli. Quante volte negli incontri ci dicono: «ma non sappiamo nemmeno come confessarci! Dico sempre le stesse cose!». Insegniamo questo stile, e io credo che giungeremo con i nostri penitenti a contemplare le meraviglie del Signore.

È uscito il Catechismo della Chiesa Cattolica, proprio mentre è diffusa una ignoranza allucinante tra gli stessi fedeli, che non conoscono più la verità e non sanno più distinguere il bene dal male, la destra dalla sinistra, come dice la Scrittura.
Sia veramente oggetto integralmente della nostra catechesi, in modo adatto ad ogni ambiente categoria e situazione, secondo una programmazione chiara, graduale, e senza fretta. Ricordando anche, che la stessa direzione spirituale, se non trova una base già solida nella fede, deve costruirla.

Come parlare della Messa, del Sacrificio di Cristo?
C’è l’introduzione generale al Messale Romano, che spiega i simboli, i gesti, il valore dei riti e soprattutto è un’ottima summa di catechesi per parlare ai fedeli del Santo Sacrificio. Fedeltà al Magistero, prima ancora che riflessioni teologiche profonde, vuol dire conoscenza approfondita di questa introduzione: conoscenza approfondita che aiuta noi stessi a celebrare e ad assistere la Santa Messa con lo spirito di Gesù Cristo presente nella Chiesa. Conoscenza approfondita, che permetterà di parlare, con i dovuti modi, ai fedeli della Santa Celebrazione.

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In tutte queste mie pagine non è mai apparso il nome di Maria: non sembri una dimenticanza: dulcis in fundo. Tutti sappiamo che una esatta e profonda predicazione delle verità che riguardano Maria è il veicolo migliore e più semplice per trasmettere agli uomini tutte le verità della fede e convincerli. È un dato di fatto che i dogmi e le verità che hanno per oggetto diretto la Santissima Madre di Dio sono la cartina tornasole, o la prova del nove, per sapere se le teologie, vecchie o nuove, sono in linea con la Tradizione della Chiesa, sono veramente cristiane.

Ritengo, però, inoltre, che una attenta e sempre aggiornata devozione a Maria ci permetta di essere permeati di quello stile magisteriale di Gesù, di cui abbiamo parlato all’inizio. Soltanto una Madre dal Cuore Immacolato può condurci ad una piena conformazione al Cuore Santo di Gesù, per poter essere maestri come Lui, dei veri pedagoghi in Cristo. Solo Lei, perché è l’unica creatura dalla quale dipende almeno una parte della natura umana di Gesù, del Suo temperamento, della Sua personalità. Lo Spirito Santo, che ha plasmato il Cuore di Maria rendendolo conforme al Figlio Gesù, assieme a Maria potrà condurci a scrutare le insondabili ricchezze di Cristo, mostrandocene la ampiezza, la larghezza, le profondità e le altezze, per svelarle agli altri, attirandoli a Dio. Soltanto questa Madre, che stava sotto la croce, può insegnarci a assumere in noi gli stessi sentimenti di Cristo di fronte ai peccatori, e ad andare verso di loro con il Suo Spirito, con la Sua Santità.

Finalmente arrivo al termine. Concludo con una battuta, che adatto dal pensiero di S. Tommaso.

In teologia, quando si riflette sulle verità della fede, qualsiasi linguaggio si usi, bisogna sempre fare affermazioni non perché sono belle, ma perché sono vere, corrispondenti alla realtà, e dunque conseguenti le une alle altre, ben compaginate tra loro, ognuna al posto giusto. Allora, quando faremo affermazioni vere, scopriremo che sono anche belle, perché ci attirano e ci dilettano. Non accada, a me per primo, che nella nostra predicazione ci accontentiamo di dire povere cose senza averle meditate di continuo, o di uscire con delle espressioni solo perché hanno un certo effetto, e sono belle, attraenti. Verifichiamone prima la verità.

Questo vale appunto anche per me, e per questo vi chiedo di riflettere su quel che ho scritto qui, in modo da dirmi se ho sparato a casaccio, se siete d’accordo con me… se c’è qualcosa che non funziona, o se vi ho fatto perdere tempo (in questo caso il Buon Alessandro direbbe: credetelo, non s’è fatto apposta), se sono andato fuori pista, come quell’esploratore solitario di cui parlavo.

Pace e bene!

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