La Sapienza

Due impressioni.

Nel tentativo di scrivere due righe che fossero un inno alla vita ci è venuto in mente di lasciare la penna ad un autore, un poeta, che un po’ di tempo addietro fu proprio ispirato dallo Spirito che dà la vita. Sentite un po’:
Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale.

Gli empi invocano su di sé la morte con gesti e con parole, ritenendola amica si consumano per essa e con essa concludono alleanza, perché son degni di appartenerle.
Dicono fra loro sragionando
: «La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio, quando l’uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati. È un fumo il soffio delle nostre narici, il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore. Una volta spentasi questa, il corpo diventerà cenere e lo spirito si dissiperà come aria leggera. Il nostro nome sarà dimenticato con il tempo e nessuno si ricorderà delle nostre opere.
La nostra vita passerà come le tracce di una nube, si disperderà come nebbia scacciata dai raggi del sole e disciolta dal calore. La nostra esistenza è il passare di un’ombra e non c’è ritorno dalla nostra morte, poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro.
Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano; nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza. Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta, questa è la nostra parte. Spadroneggiamo sul giusto povero, non risparmiamo le vedove, nessun riguardo per la canizie ricca d’anni del vecchio.
La nostra forza sia regola della giustizia, perché la debolezza risulta inutile.
Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l’educazione da noi ricevuta.
Proclama di possedere la conoscenza di Dio e si dichiara figlio del Signore. È diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita è diversa da quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade.
Moneta falsa siam da lui considerati, schiva le nostre abitudini come immondezze. Proclama beata la fine dei giusti e si vanta di aver Dio per padre.

Vediamo se le sue parole sono vere; proviamo ciò che gli accadrà alla fine. Se il giusto è figlio di Dio, egli l’assisterà, e lo libererà dalle mani dei suoi avversari.

Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti, per conoscere la mitezza del suo carattere e saggiare la sua rassegnazione. Condanniamolo a una morte infame, perché secondo le sue parole il soccorso gli verrà».

La pensano così, ma si sbagliano; la loro malizia li ha accecati.
Non conoscono i segreti di Dio, e non sperano salario per la santità né credono alla ricompensa delle anime pure. Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità: lo fece a immagine della propria natura.
Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo, e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono.
Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità.
Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto.
Nel giorno del loro giudizio risplenderanno; come scintille nella stoppia, correranno qua e là.
Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro.
Quanti confidano in lui comprenderanno la verità; coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell’amore, perché grazia e misericordia sono riservate ai suoi eletti.
Ma gli empi per i loro pensieri riceveranno il castigo, essi che han disprezzato il giusto
e si son ribellati al Signore.
Chi disprezza la sapienza e la disciplina è infelice.
Vana la loro speranza e le loro fatiche senza frutto, inutili le opere loro
.

Un colloquio notturno. Chissà, forse erano seduti alla luce di un fuoco, di un focolare, mentre il bagliore delle fiamme scomponeva l’ombra delle loro figure proiettandola sulle pareti della casa, o sul suolo del terreno, forse sul tronco di qualche albero, e ritagliava, disegnandole, quasi incidendole nei loro corpi, quelle anse di luci e ombre che rendevano suggestiva l’espressione dei volti e lo sguardo profondo e sveglio degli occhi nella penombra, e modellavano le loro figure come una scultura in movimento, mentre le mani accompagnavano con i loro gesti le parole, per renderle più chiare e incisive. Tra i bagliori di fuoco che rendevano più affascinanti i lineamenti dei volti, a scavare quasi le espressioni del viso nella attenzione e tensione del loro dialogo.
O forse discutevano passeggiando al chiaro di luna, magari sulla riva del lago, o in mezzo a un campo di ulivi, tra le ombre contorte di questi e quelle lasciate dal loro incedere e fermarsi avvinti dalla forza del colloquio. O forse passeggiavano sostando a volte seduti lì dove il maestro era solito ritirarsi tutto solo in preghiera
… Non sappiamo come e dove, sappiamo che era di notte, quella notte in cui ognuno si può trovare e che è ad un tempo luogo, clima e tempo che scorre in attesa della luce. Quella notte, comunque, quel sapiente e sottile oratore e maestro che fu il nostro Gesù, insisteva con

Nicodemo sul fatto che non si può entrare nella Vita, “essere nella vita”, se non si nasce “dall’alto”.
Ma Nicodemo capiva “di nuovo Si può rinascere di nuovo, quasi rientrare nel grembo della propria madre, addirittura quando si è magari vecchi? Di nuovo no, dall’alto sì.

“Ciò che nasce dalla carne è carne, ciò che viene generato dallo Spirito è spirito”. E altrove Gesù, quasi a continuare idealmente il colloquio avuto con Nicodemo, aggiungeva: “è lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla”.

La nostra umanità, così com’è, tutta presa nei suoi limiti e nei propri peccati non porta alcun vantaggio; anzi, lentamente, o in modo vertiginoso, si chiude in un circolo senza possibilità di apertura, e ingoia sé stessa. È soltanto lo Spirito che può farla vivere, per sempre, perché la Vita è legata allo Spirito di Dio, al suo soffio che immette la vita lì dove non c’è.

Bisognerebbe accorgersi che non siamo nostri, che non ci apparteniamo, ed essere consapevoli che siamo un dono, che nasciamo come “regalati”, ma è una parola! Come si fa?

C’è una vita che sembra dipendere da noi, dai nostri sforzi, dall’impegno e ingegno nostro, dalle nostre decisioni. Dall’abilità con cui sfruttiamo gli avvenimenti che ci circondano. E c’è una vita che sembra invece essere legata al caso, alla fortuna/sfortuna, questa dea che corruccia improvvisamente il volto contro qualcuno o che altrettanto misteriosamente lo distende in un sorriso verso qualcun altro.
Eppure questo è soltanto un giudizio superficiale. In realtà questa vita, questa nostra ‘carne’ da sola non si spiega per niente, e lasciata in balia delle nostre mani può solo essere subìta come in una stato di allucinazione che alletta per un po’, o nel buio della depressione.
La Vita è altro. Ed è vita solo quando lo Spirito di Dio la anima dal di dentro, e la riempie di immortalità. E solo per questo, del resto, noi possiamo dire che ha dignità.

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