Giorno di Natale

Meditazione sul Natale

Ci eravamo lasciati sulla razionalità, con l’ultima omelia; una razionalità che non è quello che normalmente si pensa e si ‘propaganda’. Siamo abituati a pensare, per esempio, che chi è molto bravo nella matematica è molto intelligente e un po’ al di sopra degli altri, ed è particolarmente razionale. Ed è vero, ma a patto che non si confonda con una elevata intelligenza la capacità di fare calcoli e di risolvere calcoli complessi. Se una persona sa risolvere ‘solo’ (‘solo’ si fa per dire!) calcoli alquanto complessi ma non penetra nella natura della matematica, che è una scienza in grado di spiegare e descrivere il ‘funzionamento’ della natura e che conosce assai bene il limite e il mistero delle possibilità umane, … se una persona sa ‘solo’ risolvere molto bene calcoli complessi, non possiamo dire che è molto più intelligente/più razionale degli altri. E questo non deve sembrare un voler sminuire chi sa risolvere o inventare calcoli complessi.

Ettore Majorana, scomparso giovanissimo dalla scena della ricerca scientifica mondiale matematico/fisica era famoso fin da bambino per la rapidità con cui risolveva calcoli complicatissimi (all’Università correggeva anche suoi professori), ma ‘si impose’ presso i suoi “compagni d’arme” in matematica e fisica non solo per la rapidità con cui risolveva i calcoli, ma anche per le intuizioni con cui riusciva a descrivere i fenomeni fisici dell’universo trasformandoli in formule matematiche che riusciva a costruire e a risolvere solo lui. Di lui certo possiamo dire che ebbe un’intelligenza rara perché particolarmente penetrante e, nel caso suo proprio, capace di leggere in profondità dentro la realtà, trasformandola in espressioni matematiche, le quali permettono in qualche modo e con tanti limiti e con umiltà di intervenire sulla realtà.

Scomparve troppo in fretta e in maniera alquanto misteriosa, tanto da dare origine a una vera e propria leggenda. Questa sua repentina scomparsa ha fatto sì che sia rimasto poco conosciuto e soprattutto che non abbia lasciato una scuola di pensiero che abbia potuto continuare a indagare sulle sue acquisizioni.

Purtroppo, anche a motivo di una malintesa concezione della scienza, ad opera anche di alcuni uomini di scienza, si intende spesso che la razionalità è qualcosa che deve porsi al di sopra di ogni affettività, e che è profondamente razionale solo colui che accoglie e accetta unicamente le cose che si possono spiegare perfettamente con il calcolo dell’intelligenza umana. In verità questa è una concezione fasulla della razionalità e finanche contraddittoria in sé stessa. Nessuno scienziato, e ancor meno nessun genio, può esercitare la propria intelligenza senza l’affetto: se non ha, cioè, passione per l’oggetto della sua ricerca. Il problema, semmai, sarà se ha affetti sani o malati. Non si fa alcun tipo di scienza senza passione, senza ammirazione estetica ed estatica per quello su cui si indaga. Ci vuole un “gusto” per l’oggetto dello studio su cui ci si sta applicando. Ci vuole volontà, ci vuole scelta perseverante per rimanere fermi nelle fatiche della ricerca scientifica. E queste sono qualità che la ragione, l’intelligenza, non le ha per conto suo. Certamente gli affetti e le passioni non possono comandare sull’intelligenza (anche se spesso lo fanno), perché allora la ricerca cesserebbe di essere scientifica. Così come non possono essere gli interessi del successo o del guadagno quelli che ‘pilotano’ la ricerca della scienza. Questo è evidente. Ma l’affettività, le passioni, la volontà, il desiderio, la sensibilità, la capacità d’attenzione

e di ascolto, l’accettazione che la realtà non è mai totalmente conoscibile e spiegabile in ogni suo dettaglio … tutto questo nell’uomo si unisce/si deve unire all’intelligenza per costituire assieme la razionalità dell’uomo: ciò che lo contraddistingue da ogni altra creatura che viva sulla terra. Parliamo di razionalità propriamente quando nell’uomo c’è l’equilibrio di tutto ciò, nei vari àmbiti della vita, in maniera tale che l’intelligenza possa illuminare con le proprie conoscenze la volontà, perché questa possa compiere le scelte libere ed edificanti.

La razionalità più piena, dunque, è quella di coloro che – sia particolarmente dotati nella capacità di penetrazione intellettiva sia che non – … è quella di coloro che sanno congiungere intelligenza e affettività, passioni e sentimenti e pensieri senza essere schiavi né di loro stessi né di nessun altro; sempre totalmente aperti al mistero che li circonda e per nulla avidi di qualsiasi possesso. Congiungerli in perfetto equilibrio. Dunque, sono anche generosi, e non pretenziosi. Pieni di gratitudine. Attenti ai dettagli. E capaci di mettere ognuno di questi dettagli al posto giusto, soprattutto quando trattano con le persone. Le quali non sono risolvibili in formule matematiche.

La razionalità vera: che è fatta di penetrazione intellettuale e affettiva verso le cose, sé stessi e gli altri, di accoglienza dell’altro, riuscendo a discernere il bene. Accoglienza che non vuol assolutamente dire “dare all’altro tutto ciò che vuole”, bensì comprenderlo in quello che è e quello che vuole, e quindi perseguire la verità e la bontà. Che potrebbero non coincidere con quello che l’altro è in quel momento della sua vita e con quello che vuole.

E, infine, e soprattutto, e inizialmente addirittura, la razionalità è accoglienza di Dio, accoglienza umile e totale … Perché la razionalità, prima di essere capacità d’intervenire sulla realtà con la propria ragione, è appunto capacità di ascolto, ascolto profondo, totale e libero. Ascolto di tutto quello che incontriamo nella realtà indipendentemente dalle nostre scelte. Ascolto soprattutto di chi ha posto in essere la realtà. E che, solo, la conosce in profondità.

Quindi capiamo bene che una donna o un uomo perfettamente razionali non li troviamo in giro: troviamo persone – dobbiamo essere persone – che cercano di conquistare giorno per giorno la razionalità sempre più piena.

Ma tutto questo ‘discorso’ sulla razionalità e su una scienza ‘pulita’ e ‘pura’, che siano un equilibrio tra intelligenza affettività e volontà … che cosa c’entra con il Natale?

Il Natale oggi è visto per lo più come festa della famiglia, o degli affetti familiari. Anche indipendentemente da Gesù. Affetti, dunque e comunque … Sembrerebbe essere lasciata in disparte l’intelligenza. Ma dovremmo dire con forza ad alta voce che Natale è la festa della nascita di Gesù tra di noi. La festa in cui ricordiamo che Dio, il Figlio di Dio, diviene visibile tra gli uomini, palpabile, amabile in modo diretto, fisico.

Mi domando: l’uomo che pensa che la razionalità sia solo pura dimostrazione e spiegazione esatta dei fenomeni, oppure che sia riproduzione esatta dei fenomeni in un laboratorio, oppure un intervento sulla realtà per dominarla e guidarla, o piegarla al volere dell’uomo o di coloro che sono i “più dotati intellettualmente”, … quest’uomo come si può rapportare col Natale?

Che c’è di ‘razionale’ in un Dio che si fa uomo, nascendo da una donna che rimane vergine? Che cosa c’è di razionale nel dare importanza al Natale di Gesù? E voglio aggiungere anche: cosa c’è di normale e di non normale nel Natale di Gesù?

Prima di procedere con la mia “prosopopea” vorrei provocare ancora, così:
Cosa c’è di razionale nella musica che incanta? E agisce sui sentimenti, sugli umori, sugli affetti? E suscita pensieri e riflessioni, … e quindi tocca l’intelligenza, che è il ‘motore’ dei pensieri? La musica … che un abile matematico saprebbe trasformare tutta quanta in rapporti matematici rigorosi; ma che un musicista geniale, anche senza sapere questi rapporti rigorosi, sa comporre in

melodie che affascinano e trasportano l’uomo …
Cosa c’è di razionale in una raffigurazione pittorica, o in una scultura che colpiscono il gusto

e l’affetto anche in chi non è esperto di misurazioni algebriche e geometriche … anche se, ugualmente, la pittura e la scultura nascondono un intreccio di ‘formule’ matematiche. E spesso il pittore e lo scultore non conoscono queste formule, o almeno non così alla perfezione, tanto che non le hanno coscientemente in testa quando producono la loro opera d’arte. Ma un abile matematico saprebbe comporre una musica che incanta, o un quadro, o una scultura che “ti fanno sognare”, solo se avesse l’estro artistico. Saper trasformare un’opera d’arte in una serie di proposizioni matematiche/geometriche le più ardite non vuol dire saperla produrre. Vuol dire solo saperla leggere in una certa maniera. Saper produrre un’opera d’arte è altra cosa. E credo che nessuno potrebbe negare che produrre un’opera d’arte è qualcosa di più grande che saperla leggere. E non so se c’è qualcuno che affermerebbe che l’artista produce un capolavoro perché si è liberato della razionalità, e ha seguito solo la sua passione, il proprio ‘cuore’. Chi dicesse questo parlerebbe senza sapere veramente quel che dice.

Chi ha la grazia – perché tale la ritengo, una grazia – … chi ha la grazia di estasiarsi di fronte al Marco Aurelio in bronzo presso i Musei Capitolini di Roma, deve chiedersi: “… ma come ha fatto lo scultore a far sì che il cavallo appaia mentre cammina e si sbilancia sulle gambe ondulando, assieme al suo condottiero inclinato pure lui, e sta perfettamente in equilibrio, senza crollare? Un cavallo vero non può stare in piedi per più di qualche secondo caricando il suo peso tutto da una parte, mentre ha sollevata una delle quattro zampe, e mentre il suo cavaliere si inclina pure lui da una parte. Guardate il Marco Aurelio … guardate l’inclinazione del cavallo, che ripete perfettamente il movimento del ‘passeggio’ … L’artista è stato geniale non solo per come ha riprodotto cavaliere e cavallo (sembrano vivi), ma ha immortalato l’attimo in cui il cavallo si inclina, per reggersi in piedi mentre alza la zampa anteriore destra, mentre il cavaliere è inclinato pure lui, e quindi sposta il baricentro e l’inclinazione del peso di tutta la statua. La quale, inclinata, sta in piedi, ben sicura! Da un bel po’ di secoli, non solo per qualche secondo, come fa il cavallo “dal vivo”.

Un genio della scultura, quindi, quello scultore ma forse anche, senza saperlo, un genio di ingegneria! Eppure, certamente abituato a far “cose del genere”, per cui non doveva sembrare nemmeno tanto complicato farle, per lui. Un ingegnere di tutto rispetto sa riportarvi tutto questo in una perfetta sequenza di calcoli matematici. Ma forse non saprebbe produrre un’opera di tale bellezza. Di assoluta e stupenda razionalità. Se dovessimo definire la razionalità di questo complesso statuario, come procederemmo per definirne gli elementi che la rendono razionale? Partendo dall’idea dello scultore, naturalmente. Che avrà lavorato semplicemente su commissione, e magari anche il più velocemente possibile …

La razionalità vera non è quella di chi crede solo nei calcoli o nei prodotti di laboratorio, è ben invece una sintesi armoniosa di tutte le ‘componenti’ dell’uomo, che rendono l’uomo sempre più

uomo proprio perché non è privo di nessuna di quelle componenti fondamentali. Questa la potremmo chiamare razionalità “in essere”. C’è poi la razionalità “in atto”, “dal vivo”, o “live” come si dice oggi, che è quella dell’uomo che funziona in maniera razionale quando vive in equilibrio tutte queste sue componenti. E più sa viverle in equilibrio, più è razionale.

Cosa c’è di razionale nel Natale? Tutto. Anzitutto dal punto di vista di Dio, che – fedele al Suo disegno eterno – inizia l’incarnazione poiché con essa porta a compimento la glorificazione dell’uomo e dell’universo, che si compirà alla fine della storia. Dio pensa ama e vuole in un’armonia assoluta e perfetta, senza limiti, e persegue ciò che pensa ama e vuole.

Poi, dal nostro punto di vista, di noi che siamo razionali un po’ ‘a metà’, un po’ sì un po’ no: è razionalità gustosa perché scopriamo e, quindi, amiamo il disegno di Dio che si compie nonostante i nostri malanni e i nostri peccati. Guardando al Natale, e ancor prima all’istante dell’incarnazione, scopriamo ciò che non saremmo capaci di pensare da soli, senza l’intervento di Dio: e, cioè, che Dio – il Figlio del Padre – entra nella nostra umanità, la assume. La unisce a sé. In qualche modo misterioso la sposa, la rende feconda di vita eterna dall’interno; e ci mostra/ci conferma che il Suo disegno eterno non è solo quello di avere un uomo felice davanti a Sé, ma un uomo ripieno della Vita Eterna di Dio. Che è la vita di un Padre che si dona totalmente al Figlio, rendendolo Figlio, e del Figlio che si ridona al Padre, per cui il Padre può essere sempre Padre, in questo scambio vitale eterno della Loro vita, unica vita: vita che è lo Spirito, lo Spirito Santo.

Il Natale ci apre la mente, la volontà, gli affetti, le passioni, la nostra stessa corporeità: apre tutta la nostra razionalità e incomincia a spiegarci passo passo perché la nostra razionalità – cioè la nostra persona tutta – è fatta com’è fatta e qual è la sua mèta. Nasciamo tutti da genitori e siamo affidati ai genitori, e i genitori al tempo stesso trovano il loro senso in noi, e con noi devono conquistare la loro piena maturità, la loro piena razionalità, che è entrare – alla fine della vita – nella gloria di Dio. Proprio così come Dio è un Padre che dona/affida la propria vita al Figlio, che vive eternamente con il Padre l’unica medesima vita, in un continuo scambio che Li “mantiene” vivi perché comunicano del medesimo unico Spirito.

Cosa c’è di normale e di non normale nel Natale di Gesù, chiedevo? Tutto, o nulla, a seconda della prospettiva dalla quale ci mettiamo. Per Dio creatore e glorificatore, amante degli uomini è normale perseguire il Suo atto d’amore conducendo l’uomo alla glorificazione, chiamandolo a collaborare con Lui per questo. Per l’uomo aperto alla razionalità sgombra da tornaconti personali, o da irrigidimenti intellettuali, o da durezze psicologiche, o da presunzioni falsamente scientifiche … per l’uomo aperto è normale il Natale di Dio tra di noi: anche se normale non vuol dire banale, scontato, privo di gusto e fascino. Tutt’altro. Tutto quello che è normale per Dio è vissuto dall’uomo aperto come una continua novità di bellezza, di bontà e di stupore della mente, di coinvolgimento godurioso degli affetti.

Per l’uomo chiuso nelle proprie sicurezze, nelle proprie costruzioni mentali, non può essere normale che un Dio esista indipendentemente dai pensieri dell’uomo, e possa perseguire progetti non allineati con i calcoli umani. Per un uomo ‘self made man’ non può esserci spazio per il Dio vero,

perché il Dio vero smaschera i limiti dell’uomo, e anzitutto quelli morali, prima ancora che quelli intellettuali.

Carissime e Carissimi tutti, la benedizione di Dio vi colmi di Grazia e vi guidi nel ben operare. E ringraziamo Maria Santissima sempre, perché ci ha regalato il segreto della razionalità dell’uomo, e l’ha contemplata a lungo come nessun altro e può essere la vera maestra della piena razionalità. Del bel pensare, del bel volere e del bell’amare.

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