La Trinità nel Nuovo Testamento e nella Liturgia Spunti da Gv 3,16-18
Farei subito una nota ‘tecnica’ utile. Come dicevo nel presentare il Prologo di san Giovanni, ogni volta che nel Nuovo Testamento troviamo la parola “Dio” dobbiamo intendere Dio Padre, perché gli autori del Nuovo Testamento (Vangeli, Atti degli Apostoli, Lettere, Apocalisse) quando parlano di Gesù e ne affermano, tra l’altro, la divinità, lo appellano come Figlio, come Signore (Gesù glorificato nella Sua umanità). Ci sono anche altri appellativi che Gesù stesso usa per Sé, ma qui ricordo questi due, per così dire, ‘principali’. Gesù viene chiamato e affermato espressamente come Dio in pochi passi di tutto il Nuovo testamento. Perché? Abbiamo già veduto alcune possibili spiegazioni. Una cosa è certa. Senza fare grandi lezioni, che qui sarebbero fuor di luogo e abbastanza pesanti e stucchevoli, possiamo dire che gli autori del Nuovo Testamento avevano ben chiaro il rapporto tra il Padre il Figlio e lo Spirito Santo, e pertanto Li chiamano e ne parlano sempre distinguendoli senza confusioni, confusioni che a quei tempi come oggi potevano essere sempre dietro l’angolo.
Gli autori sanno bene che Gesù è Dio, così come lo Spirito, ma preferiscono usare il termine Dio per il Padre per evitare che si pensassero ai Tre come a tre dei, perdendo di vista che il Padre, il Figlio e lo Spirito sono un Unico Dio, e che lo stesso Padre è come la fonte eterna della divinità. E così, se qualcuno oggi si mettesse a pensare e a insegnare che nella mente di questi scrittori non c’era sempre sicurezza sulla identità dei tre (Padre, Figlio e Spirito), direbbe qualcosa che non corrisponde alla realtà degli scrittori e degli scritti del Nuovo Testamento.
Il Padre è Dio: come la fonte della divinità che Egli dona e condivide con il Figlio, senza tenerlo inferiore a Sé; il Figlio è appunto Figlio: questa è la sua ‘caratteristica’ distintiva perché riceve tutto dal Padre e Glielo restituisce (si crea uno scambio continuo tra i due); e lo Spirito è proprio il dono che il Padre e il Figlio condividono.
Per l’uomo antico, come del resto anche per noi, i nomi sono importanti, a maggior ragione quando si parla di Dio, a maggior ragione quando nell’antichità i cristiani dovevano rapportarsi con le altre culture, che conoscevano molte divinità; a maggior ragione quando dovevano interagire e confrontarsi con le comunità ebraiche, che affermavano un unico Dio, Padre, e vindice della storia.
Potremo, dunque, riscrivere il piccolo brano così: “il Padre ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede nel Figlio non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Il Padre, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo del Figlio. Chi crede nel Figlio non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio del Padre”.
Soprassediamo un attimo sul fatto che si può essere condannati per sempre (una possibilità che nel Nuovo Testamento non è mai tenuta in sordina o dimenticata: è una triste e tremenda realtà): qui, con queste poche frasi, ci viene descritto il modo in cui la Trinità si comporta di fatto con noi, il modo in cui è intervenuta / interviene nella storia degli uomini. Per dire qualcosa di più dobbiamo aggiungere almeno i primi versetti del Vangelo di Giovanni, il famoso Prologo, che leggiamo nella Messa principale del giorno di Natale, perché aiuterebbe a completare bene le idee, o per lo meno a non dimenticare ‘pezzi’ importanti. E dovremmo anche aggiungere alcune espressioni con le quali Gesù descrive il modo in cui Lui e il Padre sono una unica “realtà”, un’unica vita, pur rimanendo ben distinti come Padre e come Figlio: i discorsi dell’Ultima Cena narrati sempre da san Giovanni (capitolo 13-17).
Quindi, in questo breve brano di Gv 3,16-18 troviamo descritto il modo in cui la Trinità agisce verso di noi, e non tanto il modo in cui “si comportano tra di Loro Tre”. Il Padre ha “a cuore il mondo”, perché lo ha creato nel Figlio e con il Figlio, e quindi invia il Figlio (che è ben d’accordo e ben contento di venire) a salvare il mondo, che si sta dissolvendo a causa del principe della menzogna, satana. Chi crede nel Figlio – espressione assai forte e precisa e carica d’una moltitudine di significati che s’intrecciano l’uno nell’altro – ha la vita eterna, cioè la medesima vita del Padre e del Figlio: non una simile, ma la stessa. Chi finirà la propria vita terrena senza credere nel Figlio sarà condannato: naturalmente si suppone che Lo abbia potuto conoscere bene e Lo abbia voluto rifiutare. “Credere nel Figlio” è l’unica maniera anche di credere nel Padre. Non è solo credere a Gesù, non è solo credere che quello che dice Gesù è vero. È di più. E per capire che è di più dovremmo sostituire alla parola credere quest’altra espressione, come ho cercato di dire in quello che ho scritto in precedenza: legarsi intimamente e per sempre a ciò che è certo e ‘tremendamente’ concreto, cioè a Gesù Figlio del Padre, che ci ha redento e ci dona la stessa vita del Padre. Credere in, per il linguaggio di Gesù, è poggiare la propria certezza su qualcuno e condividere la vita con Lui.
Difatti – mi permettete di riparlare di satana – il diavolo è ben certo che quello che dice Gesù è vero, ma non potrà mai legarsi intimamente e per sempre a Lui (credere in), perché Lo ha rifiutato una volta per tutte.
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