Era una bellissima statua, pensata da lungo tempo, anzi, da prima che incominciasse il tempo, plasmata con argilla finissima, amalgamata con l’acqua. Rifinita nei minimi dettagli.
E l’artista ne era davvero soddisfatto, perché rispetto a tutte le altre opere di quei giorni, questa era a un tempo tanto simile alle altre e tanto diversa. A vederla così sembrava parte della ricca varietà degli altri capolavori, raggruppati come “per specie”, per somiglianze. Ma a ben guardarla era su un altro piano. Se poi uno avesse assistito al lavoro e all’impegno e al tempo dedicatoci dall’artista, si sarebbe chiesto: «ma perché ci mette tutta questa delicata attenzione?». In effetti, mentre le altre opere le aveva tratte fuori così, dalla sua ricca fantasia – una fantasia che aveva tutta l’aria di essere infinita sapienza – e dal suono della sua voce – non ci aveva messo cioè anche le sue mani per lavorarle, per quella statua invece sì, l’artista aveva voluto “sporcarvicisi” le mani, impastandosele con la creta. Ed era affascinante guardarlo mentre si rimirava la sua statua intanto che prendeva forma tra le sue mani. Sembrava quasi che anche le mani pensassero mentre levigavano e ripulivano. Ogni tanto ci si soffermava a contemplarla, la sua opera, quasi a confrontarla con quell’idea che aveva nella Sua mente. E poi, finalmente, terminata la rimirò. E sì, era proprio un’opera d’arte, bella, così, come l’aveva pensata da prima che il tempo fosse…
… Eppure, ci mancava ancora qualcosa. Allora l’artista, soffiò su quella statua, mentre la teneva ancora tra le sue mani, e quella statua incominciò a muoversi, a vivere… a parlare con l’artista. E insieme con lui, poi, cominciò a passeggiare per lo studio – che tanto rassomigliava a un giardino! – in mezzo a tutte quelle altre opere; e si divertiva, parlando con il magnifico scultore, a dar loro un nome, un nome che “catturasse” proprio lo scopo, il significato con il quale l’artista le aveva create.
Era così bello vederli assieme, l’artista e la statua vivente.
Poi, ad un certo punto l’artista si appartò, solo con la sua statua. In un modo misterioso, ne plasmò un’altra, simile, ma tanto diversa anche, che si accompagnava proprio perfettamente con quella di prima. Che bello! E poi, mentre le due statue viventi si rimiravano, e guardavano pieni di sorriso il loro artista, Lui, si sedette, con loro, e raccontò come li aveva fatti … e soprattutto perché li aveva voluti costruire in quel modo. Allora, l’uomo e la donna si accorsero che pur essendo piccole creature d’argilla raffinata, erano così tanto simili all’artista, che chiunque li avesse guardati avrebbe esclamato il nome dell’artista, senza conoscerlo ancora.
E sì, perché avevano il suo stesso spirito, il suo soffio di vita dentro di loro, e questo soffio, questo spirito dava senso al loro corpo, ai loro gesti, ai loro affetti, ai loro sensi, al loro modo di conoscere tutte le creature, al loro amarsi attraverso i sensi. Dietro quei loro sensi c’era Dio.
A raccontarla così può sembrare soltanto a una bella fiaba, ma davvero dovremmo metterci in testa che il vero significato del nostro corpo viene dallo Spirito Santo. Così come lo fu – e lo è – per Gesù.
Guardate i Suoi gesti, il Suo modo di toccare o di accarezzare le persone, di parlare con loro, di modulare il tono della voce. Contemplatelo mentre mangia insieme agli amici e intanto li ascolta e si intrattiene a parlare con loro. Rimiratelo mentre “assorbe” con piacere e contentezza il profumo della natura… Mentre si siede stanco, e sudato, affaticato; guardate un po’ come vive questa Sua stanchezza fisica… O quando chiede da bere, considerate che valore dia alla Sua sete. E a quello che gli porgono perché si disseti.
Allora incominceremo a gustare queste Sue parole: «tutto il mio corpo offerto per voi!».
Quando La Santissima Trinità “s’è messa in testa” di crearci, cioè prima del tempo, da sempre, ha pensato a Gesù, all’umanità piena del Figlio Eterno, e quindi ha pensato al nostro corpo come ad una manifestazione visibile, sensibile della bellezza dello Spirito Santo, che tutto investe e tutto informa e tutto vivifica.
Allora, i nostri sensi, così tanto quotati oggi, e messi all’asta, così tanto importanti (come si fa ad amare senza i sensi!) hanno il loro vero senso e raggiungono la loro vera mèta quando sono Spirituali.
E come si fa? La ricetta è sempre la medesima: preghiera, e penitenza, proprio la mortificazione dei sensi. Ma mortificazione nel senso che mi sforzo di dare ai miei cinque sensi sempre il significato ultimo, Dio. Pensate a quant’è bello camminare verso questa direzione: il mio tatto (le mie carezze, il mio dar la mano, stringerla), il mio gustare i sapori e i cibi, il mio sguardo, il mio udito, il mio raccogliere i profumi che la natura mi offre… viverli come una preghiera che si innalza a Dio.
Se ci credo e se Glielo chiedo, lo Spirito mi aiuta, proprio perché è l’Artista che ha voluto soffiare questo Suo Spirito nei miei sensi.
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