Chissà, forse erano seduti alla luce di un fuoco, di un focolare, mentre il bagliore delle fiamme scomponeva l’ombra delle loro figure proiettandola sulle pareti della casa, o sul suolo del terreno, o forse sul tronco di qualche albero, e ritagliava, disegnandole, quasi incidendole nei loro corpi, quelle anse di luci e ombre che rendevano suggestiva l’espressione dei volti, lo sguardo profondo e sveglio degli occhi nella penombra, e modellavano le loro figure come una scultura in movimento, mentre le mani accompagnavano con i loro gesti le parole, per renderle più chiare e incisive. Tra i bagliori di fuoco che rendevano più affascinanti i lineamenti dei volti, a scavare quasi le espressioni del viso nella attenzione e tensione del loro dialogo.
O forse discutevano passeggiando al chiaro di luna, o in mezzo a un campo di ulivi, tra le ombre contorte di questi e quelle lasciate dal loro incedere e fermarsi avvinti dalla forza del colloquio. O forse passeggiavano, fermandosi di tanto in tanto, e sedendosi, proprio lì dove il maestro era solito ritirarsi tutto solo in preghiera…Non sappiamo come e dove, sappiamo che era di notte, quella notte in cui ognuno si può trovare e che è ad un tempo luogo, clima e tempo che scorre in attesa della luce. Quella notte comunque quel sapiente e sottile oratore e maestro che fu il nostro Gesù, insisteva con Nicodemo sul fatto che non si può entrare nella Vita, “essere nella vita”, se non si nasce “dall’alto”. Ma Nicodemo capiva “di nuovo”, perché Gesù giocava sapientemente sull’equivoco che poteva generare l’espressione “dall’alto – di nuovo”, un equivoco al quale ben si prestava la loro lingua, che con la medesima parola permetteva di esprimere entrambi i concetti.
Si può rinascere di nuovo, quasi rientrare nel grembo della propria madre, addirittura quando si è magari vecchi? Di nuovo no, dall’alto sì.
“Ciò che nasce dalla carne è carne, cio che viene generato dallo Spirito è spirito”. E altrove Gesù, quasi a continuare idealmente il colloquio avuto con Nicodemo, aggiungeva: “è lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla”.
La nostra umanità, così com’è, tutta presa nei suoi limiti e nei propri peccati non porta alcun vantaggio; anzi, lentamente, o in modo vertiginoso, si chiude in un circolo senza possibilità di apertura, e ingoia se stessa. E’ soltanto lo Spirito che può farla vivere, per sempre, perché la Vita è legata allo Spirito di Dio, al suo soffio che immette la vita lì dove non c’è.
Bisognerebbe accorgersi che non siamo nostri, che non ci apparteniamo, ed essere consapevoli che siamo un dono, che nasciamo come “regalati”, ma è una parola! Come si fa?
C’è una vita che sembra dipendere da noi, dai nostri sforzi, dall’impegno e ingegno nostro, dalle nostre decisioni. Dall’abilità con cui sfruttiamo gli avvenimenti che ci circondano.
E c’è una vita che sembra invece essere legata al caso, alla fortuna/sfortuna, questa dea che corruccia improvvisamente il volto contro qualcuno o che altrettanto misteriosamente lo distende in un sorriso verso qualcun altro.
Eppure questi due modi di vedere sono soltanto giudizi superficiali. In realtà questa vita, questa nostra ‘carne’ da sola non si spiega per niente, rimane sempre avvolta in un mistero, e lasciata in
balia delle nostre mani può solo essere subìta come in uno stato di allucinazione che alletta per un po’ o nel buio della depressione.
La Vita è altro. Ed è vita solo quando lo Spirito di Dio la anima dal di dentro, e la riempie di immortalità. E solo per questo del resto noi possiamo dire che ha dignità. E, alla fine dei conti, e al di là di ogni pur sana filosofia, la vita dell’uomo ha una dignità inviolabile solo perché è dono di Dio, è simbolo dello Spirito Santo, di Dio.
Uno potrebbe dire: ”Dio me l’ha data, ma adesso ce l’ho io, deve lasciarmi libero, sono affari miei”. Sì, se la vita fosse una cosa da cui uno si separa quando la regala a un altro, ma Dio, e qui sta il culmine del mistero, ci dona la vita e al medesimo tempo la conserva in Se Stesso pienamente. “Ma allora a che gioco gioca: me la dà e se la tiene?”. La vita non è una cosa, …è un rapporto con altre persone. Un rapporto, un legame, forte più della morte (come direbbe il Cantico dei Cantici). Non una cosa. Se uno mi dà la vita, e se io do la vita a un altro, sono legato a lui, sempre. Sempre.
… E poi, scusate, ma per fortuna che Dio gioca a un gioco strano donandomi la vita e tenendosela al tempo stesso! Se me la donasse e Lui la perdesse, chi me la potrebbe ridare se io la rovino? Non ci sarebbe più nessuno capace di farmi risorgere. Mentre, proprio perché Lui la tiene in pienezza, proprio perché Lui è La Vita, me la può ridare se io la perdo. E anche questo poter riavere la vita fa la mia dignità.
E allora chiudo così. Immagino un pellegrinaggio “virtuale” in Palestina, a Gerusalemme. E ci arrivo proprio in quella sera in cui stanno staccando il corpo esangue di Gesù dalla croce, lo ungono e lo profumano, lo avvolgono nel lenzuolo, nelle fasce per la sepoltura (che strano! Gesù all’inizio e alla fine della sua vita terrena ‘normale’ è avvolto in fasce da Sua Madre!) e lo pongono nel sepolcro. E mentre tutti se ne vanno, mentre le donne rimangono fuori, davanti alla pietra, io mi ci metto dentro al sepolcro, a fianco del corpo morto di Gesù, per vedere che cosa capiterà quando lo Spirito della Vita entrerà nel corpo morto di Gesù e sarà risurrezione. Nel buio più assoluto, per più di un giorno a fianco di Colui che mi ha dato la vita e sta per venire a riprendersela, come aveva detto.
Spirito che dai la vita, Vieni!
Comments are closed, but trackbacks and pingbacks are open.